SCIENZA E RICERCA

Violenza di genere e aderenza al modello tradizionale di mascolinità

Quando gli uomini affrontano il tema della violenza da parte di uomini sulle donne e altre minoranze di genere, possono sentirsi chiamati in causa e volersi dissociare dalla rappresentazione dell’uomo violento. “Non tutti gli uomini” - si sente dire - “Non siamo tutti così”. C’è anche chi coglie l’occasione per ricordare che “anche noi uomini soffriamo, ma dei problemi degli uomini non si parla”. Se queste affermazioni vi risuonano, questo articolo è per voi.

Spesso si tratta di lamentele che non si traducono in tentativi costruttivi di confronto e cambiamento. In assenza di spazi e reti di supporto adeguati, i disagi percepiti da questi uomini rischiano di essere intercettati da gruppi misogini e che istigano all’odio, come i Men’s Rights Activists. Ma facciamo un passo indietro e chiediamoci: quali sono i problemi che gli uomini vivono? Cosa c’entrano questi disagi con la violenza?

 

Per rispondere a queste domande, è opportuno iniziare parlando di mascolinità. Per mascolinità si intende l’insieme di ruoli sociali, comportamenti e significati associati all’essere maschio in un dato contesto storico e culturale (Kimmel, 2005). A sua volta, l’espressione “mascolinità tossica” è diventata popolare nel linguaggio mediatico e, negli ultimi anni, nel linguaggio accademico. Come sostiene C. Harrington (2021), nella definizione di “mascolinità tossica” spesso troviamo la presenza di comportamenti violenti, dominanti, misogini e omofobi. Si tende così ad applicare l’etichetta “mascolinità tossica” ad alcuni uomini che mostrano queste caratteristiche, rischiando però di individualizzare il problema della violenza di genere invece di cercare spiegazioni sistemiche. Come abbiamo visto negli articoli precedenti, circoscrivere le cause della violenza a fattori individuali è rassicurante ma non sufficiente: la violenza di genere è storicamente e culturalmente situata e coinvolge relazioni di potere strutturali e situazionali.

 

Tenendo in considerazione queste relazioni di potere, è opportuno parlare di “mascolinità egemone”. Secondo la sociologa R.W. Connell (2005), la mascolinità egemone (dominante) non è un tipo di personalità, ma è piuttosto l’insieme di pratiche, norme e aspettative sociali che definiscono il modello più desiderabile di uomo a cui aspirare in un dato contesto storico-culturale per ottenere prestigio sociale; si tratta dunque di un modello che predomina su altri modelli di mascolinità, soggetto a cambiamenti storici e connotato geograficamente. L’egemonia di un modello di mascolinità è stabilita attraverso vari mezzi, come il potere istituzionale ed economico, il consenso culturale e i messaggi mediatici, le relazioni di genere, la delegittimazione dei modelli alternativi, anche tramite l’uso della forza. Secondo Connell, c’è un insieme di pratiche sociali che consentono a un gruppo di uomini di mantenere una posizione egemone, tra cui la subordinazione e la complicità. Per subordinazione si intendono specifiche relazioni di genere di dominanza e subordinazione tra uomini e donne e tra gruppi di uomini. Infatti, in generale, nell’attuale società occidentale, ad essere subordinate non sono solo le donne, ma anche quelle mascolinità che non si conformano a quella egemone, come gli uomini omosessuali, le persone transgender, con disabilità, non bianche, e anche uomini eterosessuali non abbastanza “mascolini” secondo le norme culturali. Le pratiche di subordinazione vanno dall’esclusione politica e culturale, alla discriminazione economica, la violenza legale e quella di strada, le molestie, fino all’omicidio. D’altra parte, i gruppi subordinati possono avere relazioni di complicità con il gruppo egemone: anche gli uomini che non si conformano personalmente agli standard culturali di mascolinità, possono comunque beneficiare del “dividendo patriarcale”, ovvero il vantaggio che il genere maschile ottiene dalla complessiva subordinazione di donne e altre minoranze di genere, senza essere apertamente sessisti, ma essendo complici di un sistema di oppressione. 

Quando si dice che gli uomini sono generalmente “privilegiati” nell’attuale ordine sociale capita di incontrare resistenze. Questo perché, come sostiene M. Kimmel (2005), la condizione di privilegio risulta invisibile a coloro che la detengono. La difficoltà a riconoscere la propria posizione di privilegio, però, non è l’unica spiegazione a questa insofferenza. Nel suo libro Uomini Duri, G. Pacilli (2021) spiega come parte di questa resistenza sia data dalla percezione degli uomini di portare sulle proprie spalle un peso notevole associato all’essere uomini. Questo peso è dato dalla pressione a conformarsi a un modello culturale e ideale di mascolinità tradizionale per poter essere apprezzati socialmente. Il modello di mascolinità tradizionale - culturalmente connotato e quindi mutevole - può essere definito da una serie di norme o mandati: il mandato dell’antifemminilità, ovvero allontanare da sé tutto ciò che possa essere considerato “femminile” (“Non piangere, fai l’uomo!”); il mandato di eterosessualità e dell’interesse compulsivo verso il sesso (eterosessuale) dove spesso le donne sono ridotte a meri oggetti sessuali (tema del prossimo articolo della serie DeGenere: agire per non dimenticare); assumere un atteggiamento dominante e “stoico”, non lasciando trasparire emozioni; avere una propensione al rischio; mostrarsi vincenti. Queste norme diventano salienti quando un uomo si trova in una condizione di minaccia alla propria mascolinità, cioè quando qualcuno dubita del fatto che sia un “vero uomo”.  

La ricerca ha dimostrato che in condizioni di minaccia alla propria mascolinità, gli uomini tendono ad agire secondo le norme tradizionali per ripristinare la propria mascolinità, ad esempio adottando comportamenti rischiosi, aggressivi, e addirittura di molestia verso le donne. Inoltre, più alta è l’adesione alle norme di mascolinità tradizionale e più gli uomini tendono a supportare la violenza e le molestie sulle donne. Tuttavia, l’adesione alle norme di mascolinità tradizionale ha anche importanti ricadute sul benessere psico-fisico degli stessi uomini. Per fare solo alcuni esempi, rispetto alle donne, gli uomini hanno una aspettativa di vita inferiore e meno sana; fanno meno prevenzione e assumono comportamenti più rischiosi, chiedono meno aiuto professionale per problemi di salute fisica o psicologica, e riportano tassi di suicidio maggiori. Mantenere un’immagine di imperturbabile invincibilità è incompatibile con il riconoscimento e l’espressione delle proprie emozioni, che vengono inibite, portando facilmente a un cortocircuito. 

Come uscire da questo circolo vizioso dannoso per tutta la società? Negli ultimi anni sempre più uomini stanno esprimendo frustrazione rispetto al modello di mascolinità tradizionale “machista” e cercano modelli alternativi, più flessibili e liberi: offrire opportunità di educazione e confronto sulle norme di genere e il loro impatto nelle nostre vite rappresenta un primo, importante passo da fare per raggiungere questo obiettivo. 

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